Notizie

immagine Holter pressorio in Farmacia

Holter pressorio in Farmacia

Hai bisogno di monitorare la pressione nelle 24h? Puoi venire ogni giorno in Farmacia durante l’orario di apertura, previo appuntamento; in soli 5’ applichiamo lo strumento e ti informiamo su come utilizzarlo. 24 ore dopo ritorni in Farmacia, togliamo lo strumento e stampiamo il risultato, refertato da un cardiologo.

Cos'è l'holter pressorio?

Il monitoraggio pressorio nelle 24 ore è un test non invasivo che consente di registrare la pressione arteriosa ad intervalli regolari per 24 ore, mediante un piccolo apparecchio fissato in vita con una cintura.

L’holter pressorio (ABPM) è il monitoraggio pressorio delle 24 ore, un test che ha un ruolo chiave nella gestione dell’ipertensione arteriosa. Esso consente di registrare la pressione arteriosa continuativamente per 24 ore, mediante un piccolo apparecchio fissato in vita con una cintura. Questo tipo di esame è utile nei pazienti che hanno un’ipertensione arteriosa instabile, nei pazienti facilmente emozionabili, nei pazienti ipertesi in terapia farmacologica, nei pazienti che, pur avendo la pressione arteriosa normale, durante il giorno accusano sintomi quali vertigini, vampate, sbandamenti, sudore freddo, ecc... L’ABPM presenta numerosi vantaggi nella pratica clinica rispetto alla misurazione tradizionale, in quanto raccoglie un numero di misurazioni maggiore a quelle ottenute clinicamente o con l’automisurazione, elimina le variazioni pressorie legate al setting ambulatoriale, “effetto camice bianco”, riduce gli errori da parte del medico e fornisce una misura standardizzata, permette la dimostrazione dell’ipertensione notturna e predice in maniera più precisa la morbosità e la mortalità cardiovascolare.

Quando è opportuno sottoporsi a un holter pressorio?

Il servizio è indicato per tutti i soggetti che hanno la necessità di misurare con precisione la pressione durante le diverse attività della giornata, sia nella fase di lavoro che di relax e durante la notte.

Quando il Medico ha la necessità di confermare la diagnosi di ipertensione arteriosa, di avere informazioni precise sull’azione dei farmaci in ogni momento della giornata, quando sospetta l’ipertensione durante il sonno notturno e per la valutazione della variabilità della pressione in tutti i soggetti come gli anziani, i diabetici e le donne in gravidanza.

immagine Tampone faringeo e streptococco

Tampone faringeo e streptococco

Il tampone faringeo è un esame del cavo faringeo che ha il compito di dia­gnosticare le faringiti batteriche, principalmente causate dalla presenza dello Streptococco Beta Emolitico di gruppo A, un batterio che si annida prevalen­temente nella gola e che è una delle maggiori cause di irritazione. Se l'anali­si del tampone faringeo risulta positiva, sullo stesso campione viene esegui­to in automatico dal laboratorio l'antibiogramma, che serve per isolare il germe ed identificare il tipo di antibiotico necessario per debellarlo.

Perché si esegue 
Il tampone faringeo viene richiesto dal medico se sospetta che vi sia in corso una faringotonsillite (una infiammazione che coinvolge la faringe e le tonsille) di tipo batterico. Le faringotonsilliti, infatti, nel 70/80 per cento dei casi sono provocate da virus e, quindi, non richiedono la terapia antibiotica, mentre solo in una minoranza di casi sono causate da batteri, principalmen­te dallo Streptococco Beta Emolitico di tipo A. Questo germe, se non viene diagnosticato in modo rapido e in modo altrettanto veloce eliminato, può causare diversi disturbi fino, a distanza di diverso tempo, il cosiddetto "reu­matismo articolare acuto", una infiammazione che colpisce le articolazioni e, in modo particolare, quelle più grandi come le ginocchia o i gomiti. Inoltre, dal legame tra lo Streptococco Beta Emolitico di gruppo A e le difese immu­nitarie del nostro organismo, si creano sostanze chiamate "immunocomplessi" che possono colpire organi molto importanti come i reni e il cuore. Non a caso, anche a distanza di parecchio tempo dall'infezione alla gola, i reni pos­sono manifestare una glomerulonefrite, un processo infiammatorio che può sfociare in una insufficienza renale riducendo il funzionamento del rene. Per quanto riguarda il cuore, invece, l'aggressione ha come bersaglio le valvole, che possono venire danneggiate a tal punto da compromettere il funziona­mento di questo organo. Il tampone faringeo, inoltre, può anche identificare la presenza dello Stafilococco Aureo, un batterio che si trova nella gola, ma che, per lo più, non comporta alcun fastidio e solo in alcuni casi può provo­care faringiti acute. 

Come si fa
Il tampone faringeo consiste nel prelevare, mediante un bastoncino con in fondo del cotone (simile a un cotton fioc), una quantità di muco presente in fondo alla gola toccando le tonsille. La persona deve tenere la bocca spalan­cata e il medico, facendo uso di un abbassa lingua, applica il bastoncino direttamente sulla sede interessata dall'infezione evitando il contatto con la lingua, il palato e le arcate dentarie perché il tampone deve essere imbevuto solo del muco che causa l'irritazione della gola senza subire altre contamina­zioni. Questa operazione è assolutamente indoloree dura pochi secondi. Il tampone faringeo non necessariamente deve essere eseguito a digiuno, anche se è preferibile, soprattutto per i bambini, perché un tampone faringeo, quan­do è eseguito bene, può indurre il riflesso del vomito. Inoltre, è indispensa­bile, per ottenere un risultato veritiero, che nel momento in cui si esegue il tampone la persona non stia già seguendo una terapia antibiotica perché l'a­nalisi potrebbe risultare negativa anche quando, in realtà, non lo è. 

immagine Protrombina, tempo di protrombina e INR

Protrombina, tempo di protrombina e INR

Introduzione

 

La protrombina è una glicoproteina che partecipa al processo di coagulazione del sangue. In caso di lesione di un vaso sanguigno, si verifica la conversione della protrombina (fattore II) in trombina (fattore IIa). Ciò innesca una reazione a catena che porta alla formazione di un coagulo di sangue.

Il tempo di protrombina (PT: Prothrombin time) è un’analisi di laboratorio, che quantifica il tempo necessario alla formazione di un coagulo. Valori di PT superiori a quelli di riferimento indicano che il sangue impiega più tempo del normale a coagulare; valori inferiori indicano che il sangue coagula più rapidamente rispetto alla norma.

Per questo, la valutazione del tempo di protrombina viene prescritta anche quando una persona sta assumendo farmaci anticoagulanti.

 

Perché misurare il tempo di protrombina

 

Misurare il tempo di protrombina permette di valutare quanto è efficace la coagulazione e quanto tempo è necessario affinché il sangue coaguli.

Inoltre tale parametro permette di verificare il funzionamento del farmaco fluidificante del sangue (anticoagulante) e la sua efficacia nel prevenire la formazione di coaguli.

Il risultato del test può essere presentato in due diversi modi:

  • Tempo di protrombina in secondi: indica il tempo necessario al sangue per coagulare. I valori di riferimento possono variare leggermente da laboratorio a laboratorio, ma in genere sono compresi tra 11 e 13 secondi.
  • Tempo di protrombina come rapporto (INR): l’international normalized ratio permette di eliminare la variabilità dei risultati ottenuti nei diversi laboratori. Questo parametro viene solitamente utilizzato per le persone che assumono farmaci anticoagulanti, nel cui caso dovrebbe essere compreso tra 2,0 e 3,0. In assenza di particolari problematiche, invece, sono attesi valori compresi tra 0,9 e 1,3

 

Fattori che influenzano il tempo di protrombina

 

Il tempo di protrombina può essere influenzato da numerose variabili. Nei soggetti in cura con anticoagulanti, il fattore più importante è l’apporto alimentare di vitamina K. I barbiturici, i contraccettivi orali e le terapie ormonali sostitutive, possono accorciare il tempo di protrombina.

Diarrea severa, vomito prolungato e ogni altra causa responsabile di disidratazione possono aumentare i valori dell’INR; inoltre, la diarrea può determinare un prolungamento del tempo di protrombina per la carenza relativa di vitamina K indotta dal mancato assorbimento intestinale.

immagine DISTURBI DEL SONNO NELLA DONNA, un'introduzione

DISTURBI DEL SONNO NELLA DONNA, un'introduzione

L’importanza del sonno

Idealmente il sonno dovrebbe comprendere un terzo del giorno (un’ora di sonno ogni due di veglia). Oggi, tuttavia, la quantità del sonno si è mediamente ridotta di un’ora e mezzo con importanti ripercussioni sulla salute fisica e psichica. Questo è vero in modo particolare per la donna, quando risente delle modificazioni ormonali della menopausa, ma anche dei nuovi stili di vita e delle rinnovate condizioni ambientali e professionali.

Il sonno costituisce una componente essenziale della salute neurovegetativa e somatica, emotivo-affettiva e cognitiva. Infatti, durante il sonno il cervello sincronizza i bioritmi essenziali per la salute (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, temperatura corporea, ritmo sonno-veglia, bioritmi ormonali, tono muscolare) ottimizzandone i valori e riducendo i livelli degli ormoni di allarme come adrenalina e cortisolo.

 

Le alterazioni del sonno

Le alterazioni del sonno si possono classificare in quattro tipi:

  • Quantitative, in cui sono ridotte le ore di sonno;
  • Qualitative, sindromi da fasi del sonno avanzate o ritardate e disturbi cronobiologici transitori;
  • Parasonnie, si tratta di norma dell’insieme di fenomeni non desiderati prevalentemente legati ai sogni che avvengono maggiormente nell’infanzia e nell’adolescenza;
  • Altre alterazioni: insonnia grave, epilessie notturne, disturbi del sonno con movimenti ritmici.

A questo punto siamo pronti per esaminare come il sonno possa subire delle alterazioni in corrispondenza di determinati periodi e condizioni caratteristici proprio dell’universo femminile.

 

Alterazioni del sonno in gravidanza

Normalmente una donna in attesa, soddisfatta della sua gravidanza, gode di una migliore qualità del sonno grazie all’effetto sedativo degli alti livelli di progesterone. Problemi relativi alla gravidanza, alla situazione di coppia e familiare, a eventuali difficoltà economiche possono poi modificare anche radicalmente il favorevole effetto endocrino del progesterone. Le alterazioni del sonno più frequenti in gravidanza riguardano il russare e le apnee; entrambi possono essere indicatori di un maggiore rischio di ipertensione in gravidanza, pertanto la qualità del sonno può essere preziosa per la diagnosi precoce di importanti patologie connesse allo stato gravidico.

 

Alterazioni del sonno in menopausa

L’alterazione della qualità e della quantità delle ore di riposo effettivo in menopausa è causata dalle fluttuazioni estrogeniche. Esse possono avere conseguenze rilevanti sulla quotidianità e sulla salute con: riduzione del tono dell’umore e della memoria, riduzione dell’energia vitale, aumento dell’astenia e del senso di affaticabilità. Inoltre la carenza di sonno può associarsi ad un aumento dell’appetito per cibi ad alto contenuto calorico, il che può rendere difficile seguire in modo consistente una dieta, ad esempio. In ultimo si può osservare un aumento della sensibilità al dolore, caduta del desiderio sessuale e alterazione della circadianità dei bioritmi cardiovascolari.

 

Alterazioni del sonno e ciclo mestruale

Disturbi del ritmo sonno-veglia, specie nelle donne turniste, potrebbero essere associati a irregolarità mestruali e a cicli significativamente più lunghi. Questi ultimi potrebbero indicare maggiori irregolarità nella sincronia neuroendocrina che coordina l’ovulazione con possibili anovularità (cicli mestruali caratterizzati da mestruazioni prive di ovulazione) o fasi luteali inadeguate che possono tradursi in una ridotta fertilità o in alterazioni della sessualità.

 

Alterazioni del sonno, alterazione dei bioritmi endocrini e rischi oncologici

Un aspetto critico dell’alterazione del sonno riguarda il possibile rischio oncologico. Sono in corso studi volti a determinare se l’alterazione dei ritmi circadiani possa aumentare il rischio di sviluppare un tumore. I soggetti impegnati nel lavoro notturno possono avere alterati i livelli di melatonina e i profili degli ormoni riproduttivi che potrebbero aumentare il rischio di malattie correlate agli ormoni, tra cui il tumore della mammella e del colon.

 

immagine Sonno e Alimentazione - quale legame?

Sonno e Alimentazione - quale legame?

Abbiamo a lungo parlato dei problemi legati a un’alimentazione sbagliata. I mesi estivi sono passati; la prova bikini ormai è superata e alcune fra le cene più impegnative e abbondanti dell’anno sono all’orizzonte. Si è fatto il tempo di tenere a mente non solo i rischi per la linea, ma anche quelli per altri aspetti della nostra forma fisica, ad esempio il sonno. Sappiamo che alcuni neurotrasmettitori e ormoni sono responsabili del ciclo del sonno; aggiungiamo, a questo punto, che la loro attività può essere condizionata da alcuni nutrienti provenienti dalla nostra alimentazione. Ecco perché, a influenzare la quantità e la qualità del sonno non è solo il tipo di cibo che mangiamo, ma anche le combinazioni di alimenti e le porzioni assunte.

A fine pagina troverete un grafico, semplice ma esaustivo, per orientarvi tra gli alimenti che è più o meno consigliabile assumere prima di dormire.

Per adesso limitiamoci a spiegare quali sono i fattori che possono alterare il ciclo sonno-veglia correlabili alle abitudini alimentari.

  • Poco tempo per mangiare. Alcune situazioni della vita quotidiana, come i ritmi frenetici, i lunghi viaggi o gli orari di lavoro notturni influiscono su stress e ansie alterando il nostro ritmo circadiano (che controlla il ciclo orario della liberazione degli ormoni legati alla regolazione di sonno e veglia). Mangiare velocemente, preferendo alimenti “da fast-food” o comunque molto calorici e poco nutrienti, senza rispettare orari fissi e regolari ha pesanti ricadute sulla qualità del sonno.
  • Pasti abbondanti o poco frequenti durante la giornata. Quando si assumono quantità eccessive di proteine e grassi, durante le ore notturne vediamo un aumento della secrezione di acido cloridrico con maggior rischio di reflusso gastrico. In questi casi assistiamo anche a una diminuzione nella secrezione di serotonina e a un contestuale aumento nella produzione di adrenalina, una condizione che attiva un maggior stato di allerta nell’organismo.
  • Mangiare pasti troppo distanti l’uno dall’altro. Passare molte ore senza mangiare causa un aumento della temperatura corporea che rende più difficile il sonno.
  • Cibi troppo conditi ed eccitanti. Alimenti piccanti, caffeina, thè, cioccolata e ginseng sono sostanze che danno euforia e stimolano le connessioni nervose del cervello. Anche l’assunzione di alcool, specie in quantità eccessive, distrugge il ritmo circadiano e non permette un riposo salutare.
  • Intolleranze alimentari. Le persone allergiche ad alcuni alimenti o a certi aminoacidi, quali fenilanina, istamina o tiramina, che sono alla base della sintesi di adrenalina e noradrenalina, combattono spesso con sintomi gastrici che alterano il ciclo del sonno.

Gli alimenti che partecipano alla sintesi di ormoni e neurotrasmettitori come la dopamina, l’adrenalina e le noradrenaline rendono più difficile il sonno, quelli che invece aiutano la regolazione della melatonina e della serotonina lo favoriscono. Specie la sera, dunque, sarà utile prevedere il consumo di alimenti ricchi di triptofano, un aminoacido essenziale utile per la formazione di melatonina e serotonina, che in natura è contenuto in alimenti come: latte, banane, avocado, ananas, fagioli secchi, frumento integrale, ceci, fave secche, lenticchie, piselli, spinaci, arachidi, mandorle, nocciole formaggio, uova, carne e pesce.

Per garantire al nostro corpo una buona qualità del sonno occorre fornire, come base, un apporto adeguato di componenti nutrizionali quali:

  • Carboidrati, che stimolano la secrezione, da parte del pancreas, di insulina: un ormone che aumenta la disponibilità del triptofano necessario per formare serotonina. È importante però scegliere preferibilmente carboidrati complessi (pane, riso, patate, pasta) e non semplici (zucchero, dolci, etc).
  • Vitamine: le vitamine B1 e B6 sono comprovatamente legate alle funzioni di sonno e veglia. Un eccesso di zucchero e dolci diminuisce la biodisponibilità della vitamina B6.
  • Calcio e magnesio: un adeguato apporto giornaliero di queste sostanze consente di dormire e riposare meglio durante la notte.

immagine Tarassaco (Taraxacum officinale)

Tarassaco (Taraxacum officinale)

Il tarassaco officinale è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle Asteracee. L'epiteto specifico ne indica le virtù medicamentose, note fin dall'antichità e sfruttate con l'utilizzo delle sue radici e foglie. Cresce spontaneamente, e talvolta con carattere infestante, fino ad altitudini di 2000m, prediligendo terreni liberi e spazi aperti, soleggiati o a mezzombra. Diffusione, colorazione e particolarità l'hanno reso famoso con una pletora di nomi tra i quali dente di leone, piscialetto (per via delle proprietà diuretiche), o soffione (infruttescenza). Ogni fiore infatti sviluppa un frutto secco, chiamato achenio, provvisto del caratteristico pappo: un ciuffo di peli bianchi, che agiscono da paracadute per i semi.

Composizione

I componenti principali del fitocomplesso della radice di taraxacum officinale sono delle sostanze amare identificate nella letteratura meno recente con il nome generale di tarassacina. Sono poi presenti, tra gli altri, triterpeni, alcoli tritepenici, flavonoidi e steroli. La percentuale di insulina contenuta nella radice essiccata può aumentare fino al 40%, se colta in autunno. È infine importante menzionare l'elevato contenuto di potassio.

Tradizione e Cucina

Il tarassaco è noto in medicina popolare come depurativo, capace di stimolare le funzioni del fegato e delle vie biliari, come amaro tonico e diuretico. Le maggiori proprietà terapeutiche si ritrovano proprio nella radice, nota grazie alle proprietà colagoghe, coleretiche, eupeptiche e diuretiche – utili per trattare piccole insufficienze del fegato e la cosiddetta piccola insufficienza biliare – ed inoltre per l'attività antireumatica e lassativa quando usata a dosi maggiori. Per uso esterno, la medicina popolare usa il lattice della droga come rimedio per le verruche.

In cucina il tarassaco è ben conosciuto e diffuso in diverse parti del mondo. Le sue foglie, specie in primavera, sono tipicamente utilizzate per l'insalata: dal gusto amaro, m,a accattivante, si mangiano solitamente come prima cosa a tavola per favorire la successiva digestione e diuresi. In Piemonte viene chiamato girasole ed è tradizionalmente consumato con uova sode durante le scampagnate di Pasquetta. Con le radici tostate si prepara il caffè di tarassaco, una bevanda digestiva simile al caffe d'orzo o di cicoria. In molte regioni medio-europee viene preparata la marmellata di fiori di tarassaco. In Carnia, le rosette basali della pianta vengono consumate crude, condite con guanciale soffritto con pochissimo olio e spento a fine cottura con abbondante aceto.

Attività biologiche e impieghi clinici

  • Attività diuretica. Il tarassaco risulta utile nel trattamento delle condizioni di ritenzione idrica, anche associata a condizioni di sovrappeso e obesità. L'effetto diuretico può anche contribuire a rilasciare la ritenzione idrica nella sindrome premestruale e agire contro la ritenzione delle urine nelle infezioni vescicali. Per ciò che concerne l'attività renale, sono molto probabilmente i flavonoidi e gli eudesmanolidi presenti nella pianta che interagiscono incrementando la diuresi. Sulla attività diuretica del tarassaco influisce certamente anche l'elevato contenuto di potassio tale da rimpiazzare quello perso nelle urine: usando la droga come diuretico si ottiene un netto guadagno di questo minerale, diversamente che con i diuretici convenzionali.
  • Attività coleretica e colagoga. L'azione del tarassaco interessa elettivamente il fegato congestionato e la cistifellea sui quali sviluppa una marcata azione decongestionante, coleretica e colagoga. Stimolando la funzione biliare la droga regola anche le funzioni intestinali e contrasta la stitichezza. In virtù di queste attività, il tarassaco trova indicazione nei casi in cui necessita una generale azione depurativa, ad esempio in seguito a un'errata alimentazione protratta, in caso di lieve ipercolesterolemia e iperglicemia.
  • Attività antiossidante e antiinfiammatoria. Per due composti polisaccaridi della radice di taraxacum officinale è stata dimostrata un'attività epatoprotettiva che si realizza attraverso la riduzione dei makers dell'infiammazione e dello stress ossidativo. Le attività antiinfiammatoria e antiossidante , che i diversi studi farmacologici hanno evidenziato negli estratti alcolici di tarassaco, possono essere senz'altro messe in relazione con l'uso tradizionale della droga nella cura delle affezioni reumatiche.


immagine Le "mani pulite" degli italiani

Le "mani pulite" degli italiani

Una recente ricerca di Top Doctors (www.topdoctors.it) ha indagato a fondo nell'abitudine degli italiani a lavare le mani, ed è emerso che siamo abbastanza attenti a questa fondamentale pratica igienica, da ripetere - secondo gli esperti - per almeno 5 volte al giorno. Dai dati raccolti, infatti, poco meno della metà delle persone (46%) si lava le mani tra le 5 e le 10 volte al giorno; a cui si aggiungono un buon 15% che, a rischio fobia, ripete l'operazione per più di 10 volte. Quindi, a conti fatti, sei italiani su dieci si comportano positivamente.

immagine Glicemia, insulina e appetito. Come si accumula il grasso?

Glicemia, insulina e appetito. Come si accumula il grasso?

Abbiamo già trattato del grasso corporeo e viscerale, dell'obesità e dei suoi rischi per la salute; ma quali sono i meccanismi alla base dell'accumulo del grasso? Com'è intuibile, sono le scelte alimentari a fare la vera differenza: la quantità e la qualità dei cibi che ingeriamo ogni giorno influiscono radicalmente sull'equilibrio del nostro profilo metabolico e ormonale.

In questi processi, la glicemia, ossia la concentrazione di glucosio disciolta nel sangue, gioca un ruolo di primaria importanza, specie in relazione alle sue oscillazioni nel corso della giornata. Ovviamente i livelli della glicemia non sono costanti: il cosiddetto picco glicemico, cioè il massimo innalzamento della glicemia dopo un pasto, è influenzato da ciò che mangiamo. Un rialzo rapido e intenso della glicemia dopo i pasti non è desiderabile perché aumenta la secrezione dell'ormone insulina, cosa che può favorire l'accumulo di grasso, in particolare nell'addome; ma vediamo meglio come.

In breve, l'incremento della glicemia stimola il pancreas a produrre l'insulina, un ormone che attraverso il sangue raggiunge tutti i tessuti del corpo per espletare le sue fondamentali funzioni. Sostanzialmente l'insulina gestisce le situazioni di abbondanza energetica nel corpo; essa favorisce il deposito dei grassi in eccesso nei distretti di accumulo (il tessuto adiposo) e inibisce la mobilitazione dei grassi dai depositi adiposi, ossia blocca l'uso delle “riserve” del corpo quando vi è disponibilità di glucosio.

Un incremento particolarmente brusco della glicemia (e, conseguentemente, del rilascio di insulina) può portare, dunque, a una situazione paradossale. Il rapido assorbimento di grandi quantità di glucosio, utilizzato o sequestrato sotto forma di riserve, provoca nel fisico una mancanza di “carburante”, che stimola nuovamente l'appetito e l'assunzione alimentare. Quando invece l'incremento della glicemia è graduale, viene liberata una quantità di insulina tale da determinare un ritorno graduale a livelli di glicemia normali.

Per avere livelli di glicemia e picchi glicemici controllati può essere utile selezionare i cibi che mangiamo tenendo d'occhio il loro indice glicemico, ossia la loro capacità di innalzare la glicemia.

Brusco incremento della glicemia: gran parte del glucosio viene subito accumulato sotto forma di grassi nel tessuto adiposo senza essere utilizzato / il ritorno troppo rapido a bassi livelli di glicemia costituisce per l'organismo una situazione di carenza di carburante e quindi determina la sensazione di appetito e la necessità di assumere altro cibo

Incremento graduale della glicemia: i bassi livelli di insulina segnalano la necessità di attingere alle riserve energetiche dell'organismo: viene promossa la mobilitazione dei grassi del tessuto adiposo / la glicemia non subisce rapidi decrementi e dunque l'organismo non riceve particolari segnali di appetito

 

Per interrompere il circolo vizioso “incremento della glicemia – incremento dell'insulina – ridotta sensibilità dell'insulina – attivazione delle vie metaboliche e di deposito dell'energia”, che si instaura in caso di sovrappeso e obesità, è possibile combinare modificazioni dello stile alimentare all'uso di prodotti naturali a base di complessi molecolari di polisaccaridi indigeribili (glucomannano, psillio, lino, altea, tiglio, fico d'india). Queste sostanze formano nell'intestino delle soluzioni viscose, simili al gel, legandosi con l'acqua. Questa matrice viscosa inspessisce il contenuto dell'intestino tenue, riduce la diffusione dei nutrienti e il contatto tra alimenti ed enzimi digestivi. Tutto ciò produce una riduzione della velocità di assorbimento del glucosio e quindi la riduzione delle concentrazioni di glucosio nel sangue dopo il pasto. Avremo così una stabilizzazione della glicemia e insulinemia postprandiale.

immagine Obesità, IMC e circonferenza addominale. Un'introduzione

Obesità, IMC e circonferenza addominale. Un'introduzione

Sovrappeso e obesità sono ormai tra i principali problemi di salute pubblica nel mondo moderno, per via non solo della loro diffusione, ma anche della loro pericolosità a livello patologico. Prendendo l'esempio italiano vediamo che, secondo le stime, tre adulti su dieci sono in sovrappeso e uno su dieci è obeso. quasi il 40% della popolazione tra i 18 e i 69 anni è in eccesso ponderale, una condizione più diffusa tra gli uomini (51%) che tra le donne (32%) e che aumenta con l'avanzare dell'età: si passa infatti dal 18% tra i 18 e i 24 anni al 58% per le persone tra i 50 e i 69 anni. L'organizzazione mondiale della sanità (OMS) parla di "globesità" per indicare un fenomeno dalle caratteristiche di una vera e propria epidemia mondiale.

La comunità scientifica è concorde nell'attribuire all'eccesso di peso un ruolo significativo nella patogenesi di numerose malattie metaboliche e degenerative: cardiopatie, malattie cerebrovascolari, respiratorie e osteoarticolari, diabete, steatosi epatica, calcolosi. Inoltre, secondo una recente ricerca, per gli obesi sarebbero in agguato anche  disturbi psicologici come ansia e depressione. Infine ricordiamo che un peso eccessivo può comportare limitazioni della vitalità, discriminazione sociale, diminuzione della produttività lavorativa e scolastica.

L'obesità si può definire come un eccesso di grasso corporeo in relazione alla massa muscolare (o massa magra) in termini sia di quantità assoluta, sia di distribuzione in precise zone anatomiche in vari distretti dell'organismo. Da un punto di vista pratico uno dei metodi migliori e anche più semplici per verificare la presenza di un eccesso o una carenza di grasso è la determinazione dell'indice di massa corporea (IMC o BMI cioè body mass index), che si calcola con la formula:

IMC = peso (in Kg) / quadrato dell'altezza (in metri) = Kg/mq

Per alcuni valori emblematici (sottopeso, sovrappeso…) si rimanda al download di fine pagina.

L’indice di massa corporea, per quanto semplice e pratico da calcolare, ha alcuni limiti. Non tiene infatti conto della distribuzione del peso rispetto alle sue componenti e alla loro collocazione nel corpo. In sostanza uno stesso valore di IMC può indicare situazioni molto differenti di “adiposità”. È importante considerare anche la circonferenza della vita, così da integrare l’IMC con una, seppur superficiale, valutazione dell’obesità viscerale: l’eccesso di grasso addominale.

Il grasso contenuto nell’addome, infatti, è in grado di produrre sostanze nocive note come citochine infiammatorie in misura maggiore rispetto al grasso prodotto negli altri distretti dell’organismo. Quindi, anche chi si trova in un intervallo di peso e IMC nella norma deve tenere sotto controllo la circonferenza addominale, perché è ritenuta un fattore di rischio indipendentemente dal valore in sé del peso corporeo.

La misurazione è piuttosto semplice: si posizione un comune metro da sarto attorno all’addome, all’altezza dell’ombelico, stando in piedi, con i muscoli addominali rilassati. Il valore rilevato indica un rischio elevato quando supera i 102 cm, per gli uomini, e gli 88 cm per le donne, ma già oltre i 94/80 cm si può iniziare a parlare di rischio metabolico e vascolare aumentato.

immagine ARRIVA HEMPY CBD OIL, l'olio di cannabis privo di THC

ARRIVA HEMPY CBD OIL, l'olio di cannabis privo di THC

COS’È HEMPY CBD OIL?

Hempy Oil 1 (CBD: 5%) è un rivoluzionario estratto di cannabis disponibile da poco in farmacia come aromatizzante alimentare.

Si tratta di un'estrazione e distillazione di cannabis sativa, dalla quale è stata cancellata ogni traccia di THC (vedi analisi a seguire) una volta solubilizzata in olio MCT (Medium Chain Triglycerides). anche l'acido cannabidiolico (CBDA) è assente, poiché completamente decarbossilato in CBD. Hempy contiene altresì un'ampia tavolozza di terpeni dai differenti aromi ed effetti terapeutici, come a-pinene, kampfene, b-pinene, myrcene, limonene, trans-ocymene, terpinolene, b-caryophillene, a-humulene.

Riassumendo abbiamo un prodotto privo di indicazioni terapeutiche ed effetti psicotropi. Hempy non è un farmaco stupefacente, né è ottenuto dallo scioglimento di cristalli di CBD. Diverse certificazioni (consultabili tra gli allegati a fine pagina) ne garantiscono la qualità e cancellano ogni dubbio circa le concentrazioni delle molecole sopracitate:

  • il tenore di THC delle infiorescenze (utilizzate per ottenere l’estratto finale) è ampiamente inferiore allo 0,6% (limite previsto dalla Legge italiana), attestandosi su 0,00015%
  • i saggi dei metalli pesanti (mercurio, cadmio, arsenico, piombo) sono tutti < 0,0001 mg/g
  • tutti i test di vari contaminanti, cancerogenici, inquinanti mostrano la virtuale assenza di ciascuno di questi componenti.

Inoltre, da un’analisi dell’International Cannabis & Cannabinoids Institute (ICCI) effettuata nel 2017, è risultato che solo 9 sui 29 estratti europei di CBD sono stati dichiarati “soddisfacenti” dopo essere stati testati riguardo alla presenza di idrocarburi policiclici aromatici (PAH), classificati come cancerogeni; l’estratto di Hempy® è proprio uno dei 9 estratti classificati “soddisfacenti”.

 

COME SI PRESENTA?

Si tratta di un flacone da 10 ml, in vetro scuro con annesso tappo contagocce (per facilitare il prelievo e il dosaggio), contenente in totale 500mg di CBD completamente decarbossilato (concentrazione 50mg/ml). Viene venduto al costo di 50€ il flacone.
La scadenza a inizio produzione e flacone sigillato è 2 anni; una volta aperto, va consumato entro 6 mesi, senza necessariamente tenerlo in frigorifero.

Il produttore consiglia l’assunzione direttamente in bocca o su alimenti, agitando prima di ogni uso, 6 gocce al mattino e 6 gocce alla sera. Tale dose fornisce l’equivalente di 20.5mg di estratto di canapa calcolato sulla RDA (Recommended Daily Allowance).

Alcune avvertenze fornite dal produttore sono:

  1. non superare le dosi raccomandate
  2. la presenza di sedimenti sul fondo è indice della naturale composizione del prodotto
  3. non contiene alcool
  4. tenere lontano dalla portata dei bambini
  5. non indicato per bambini, donne in gravidanza o in allattamento
  6. conservare al di sotto dei 25°C, in luogo fresco

 


immagine Biancospino (Crataegus Monogyna)

Biancospino (Crataegus Monogyna)

"Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!"

Valentino, G. Pascoli (1903)

 

Nome botanico

Crataegus monogyna Jacq. e Crataegus levigata (Poir.) DC. (Rosaceae). deriva il suo nome dal vocabolo greco "kratos", che indica la forza e deriva dalla durezza del suo legno. La velocità con la quale tende a crescere e la "invalicabilità" del suo intreccio hanno reso, per lungo tempo, il biancospino uno dei principali strumenti per la divisione-separazione dei campi. In ambito fitoterapico si adoperano foglie e sommità fiorite.

Componenti principali

I componenti principali del biancospino sono rappresentati da flavonoidi (fino al 2%) - iperoside, vitexina, luteolina, rutina, apigenina, etc. - e da procianidine oligomere. La droga medicinale deve contenere non meno dell'1,5% di flavonoidi, espressi come iperoside e calcolati con riferimento alla droga essiccata. Altri componenti del fitocomplesso del biancospino sono : acidi triterpenici pentaciclici, acidi fenocarbossilici, amine, aminopurine e steroli.

Farmacocinetica

Dei componenti attivi del biancospino, le proantocianidine sono altamente biodisponibili e si distribuiscono nei tessuti cardiaci in quantità pari al 30% della dose somministrata per via orale: vengono assorbite velocemente a livello intestinale, raggiungono il massimo livello ematico dopo 45 minuti e la loro emivita è di circa 5 ore. I flavonoidi e i loro glicosidi sono invece assai meno biodisponibili e il loro assorbimento a livello intestinale è minimo.

Attività biologiche e impieghi clinici

  • Attività inotropa positiva e batmotropa negativa. Aumento dell'apporto ematico a coronarie e miocardio. Anche se tradizionalmente ritenuta una pianta ad azione blandamente sedativa, il Biancospino agisce primariamente sull'apparato cardiovascolare con aumento della forza di contrazione del muscolo cardiaco e del flusso sanguigno coronarico. Per questo trova indicazione elettiva nella terapia dello scompenso cardiaco di media gravità, come cardiotonico di mantenimento.
  • Attività antiipertensiva. Il biancospino è noto e utilizzato anche per la sua moderata azione antiipertensiva imputabile ad effetti di vasodilatazione coronarica e periferica mediata da un'azione sull'NO e a un blando effetto di ACE inibizione. Secondo il Benigni "l'estratto fluido di biancospino determina una notevole diminuzione della pressione artiriosa. La sua azione si svolge essenzialmente sui vasi che vengono dilatati per azione diretta..." (Benigni 1963, p.146) anche se in tempi recenti non sono state condotte molte sperimentazioni cliniche a conferma di tali attività.
  • Attività ansiolitica. L'azione del biancospino sul sistema nervoso centrale riduce l'emotività, lo stato ipertensivo e migliora la qualità del sonno. La tradizione italiana, per esempio, usa associare al biancospino altre droghe sedative, come la camomilla o la passiflora, per il trattamento di stati ansiosi e/o disturbi gastrointestinali. Il meccanismo di azione di questi effetti sedativi sul sistema nervoso centrale non è molto chiaro, ma un ruolo potrebbe essere giocato dai flavonoidi, in quanto è noto che alcuni di loro; potrebbero esplicare attività benzodiazepinica con effetti ansiolitici e moderatamente ipnogeni.
  • Attività ipolemizzante e antiaterosclerotica. L'estratto alcolico di biancospino previene l'aumento della lipidemia e della colesterolemia in ratti alimentati con una dieta iperlipidemica. L'effetto, che è largamente descritto già dalla medicina tradizionale cinese, è più evidente sulle lipoproteina a bassa (LDL) e bassissima (VLDL) densità ed è accompagnato da una ridotta deposizione dei lipidi nei tessuti. Questa attività risulta di particolare importanza quando si vogliano trattare situazioni di moderato scompenso cardiaco nell'anziano che soffra anche di iperliproteinemia.

Avvertenze, Interazioni ed effetti indesiderati

Il biancospino va usato con prudenza in pazienti portatori di spiccata bradicardia, di blocchi seno-atriali e di blocchi atrio-ventricolari. Non sono noti studi clinici controllati in donne in gravidanza e durante l'allattamento: in conformità con la prassi medica generale, ilo prodotto non deve essere impiegato senza prima aver sentito il parere di un medico.

In virtù del suo stesso meccanismo di azione, il biancospino può potenziare l'attività di farmaci inotropi, antiipertensivi, antianginosi e antiaritmici somministrati contemporaneamente.

Il rari casi può provocare lievi epigastralgie, reversibili con la sospensione del trattamento.

Storia e tradizione

Nelle tradizioni più antiche il biancospino veniva considerato una manifestazione delle forze di Venere e Marte riunite insieme in un unico elemento. Pertanto lo si associava all’idea dell’amore, della fertilità, della vita e della speranza. Di fiori di biancospino si adornavano le spose e le loro damigelle e le infiorescenze venivano poste sotto il cuscino per favorire sogni propiziatori agli incontri d’amore. I Romani lo dedicarono a Flora, dea della primavera. Solo in seguito, nei tempi più recenti, è stato circondato da valenze drammatiche, come rappresentazione dell’ inganno d’amore e della morte. Nelle saghe celtiche si racconta che Mago Merlino si fosse follemente innamorato di Viviana alla quale trasmise il suo sapere, pur sapendo che ne sarebbe stato successivamente tradito. E così avvenne: dalla bella Viviana Mago Merlino fu trasformato in un biancospino mediante un sonno ipnotico. Con le spine di un biancospino si dice fosse stata preparata la corona di Gesù sulla croce e pare che Giuseppe d’Arimatea abbia portato con sé in Gran Bretagna il suo bastone che, piantato al suolo al suo arrivo nella nuova terra, sulla collina di Glastonbury, divenne un bellissimo albero di biancospino. Sacro era per la famiglia reale Inglese, alla quale ogni anno ne veniva offerto in dono un ramoscello in ricorrenza della festa di Natale. In Francia, durante il periodo della rivoluzione, fu scelto come simbolo della libertà tanto da punire chiunque ne distruggesse un esemplare.

 

Hawthorn leaf and flower - Crataegi folium cum flore. European Pharmacopoeia, Council of Europe

Steinegger & Hansel. Textbook of pharmacognosy and phytopharmacy. New York: Springer-Verlag 1988

Furey A, Tassell M. Towards a systematic scientific approach in the assessment of efficacy of an herbal preparation: Hawthorn. Eur J Heart Fail 2008

Boncompagni, Bianchi, Giua. "Guida bibliografica ai più noti fitoterapici" 2010

immagine Il sole a Ferragosto

Il sole a Ferragosto

"Oh che bel sole di mezz'agosto"

Nedda, in Pagliacci (1892) di R. Leoncavallo

 

Siamo ormai alle soglie di una delle festività più calde dell'anno. Il "riposo di Augusto", o Feriae Augusti, fu istituito dall'imperatore nel 18 a.c. (anno in cui Ottaviano fu nominato, appunto, Augusto) con scopi auto-celebrativi e politici, ma anche con il preciso intento di collegare le principali festività agostane, la più importante delle quali si teneva il 13 in nome della dea Diana, così da fornire un periodo di riposo adatto alle faticose settimane precedenti. Questa è la sua origine, ma le vicissitudini di ferragosto, e l'intervento della chiesa, l'hanno portato ad essere celebrato il 15, nel giorno dell'assunzione: la massima festa mariana.

Ciò che rimane sono le abitudini e i modi di trascorrere questa giornata, tra gite fuori porta e pic-nic. Il bagno di sole è inevitabile e in un periodo del genere non si può assolutamente dimenticare di proteggere la propria pelle. Un'incauta esposizione solare può causare eritemi, scottature, invecchiamento precoce e tumori della pelle (melanoma in particolare). Sono molti gli elementi da tenere in considerazione per difendersi adeguatamente, come la tipologia di prodotto da scegliere, o il suo fattore di protezione (da 2 a 50, esprime principalmente la capacità del filtro di arrestare le radiazioni UVB).

Diversi tipi di pelle necessiteranno di un'attenzione diversa e dunque è fondamentale conoscere se stessi. Sulla vitiligine, ad esempio, il sole ha un effetto benefico, ma occorre evitare assolutamente le scottature sulle chiazze depigmentate applicando solari ad alta protezione. Allo stesso modo, tatuaggi, cicatrici e non solo costituiscono zone a rischio da trattare con cautela.

Il lettore che volesse approfondire l'argomento troverà a fine pagina un file pdf scaricabile contenente una dettaqgliata disamina di facile fruizione a proposito di quanto detto finora.

immagine CANNABIS TERAPEUTICA E MORBO DI CROHN

CANNABIS TERAPEUTICA E MORBO DI CROHN

La scienza sta dimostrando che la cannabis terapeutica è in grado di alleviare e talvolta reprimere i sintomi del morbo di Crohn.

L'esperienza di migliaia di pazienti che utilizzano cannabis terapeutica riporta che questo tipo di trattamento è molto efficace per trattare e reprimere il dolore, l'infiammazione i carmpi e la nausea. Ogni anno nuovi studi confermano che l'utilizzo controllato di cannabis terapeutica può essere una concreta possibilita di terapia ed una alternativa o integrazione ai trattamenti tradizionali con farmaci di sintesi.

Purtroppo nonostante i buoni propositi, c'è ancora molta reticenza e disinformazione, infatti, nel sito della fondazione americana “Crohn's and colite foundation of America”, la possibilita di cura con cannabis non è neanche menzionata e definisce il trattamento con gli oppiacei l'unico trattamento disponibile per alleviare i sintomi del dolore.

Si pensa che la malattia autoimmune del sistema digestivo sia incurabile e che spesso la degenerazione di questo tipo di patologia possa portare ad un intervento chirurgico.

1,4 milioni di Americani hanno diagnosticata una qualche sindrome di questa malattia e molto spesso i farmaci prescritti sono FANS, derivati cortisonici o analgesici narcotici.

Curare la malattia infiammatoria intestinale con i farmaci esistenti è attualmente una delle più grandi sfide nel campo della gastroenterologia. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24530133

Nel 2011 uno studio autorevole ha sottoposto un cospicuo numero di pazienti affetti da morbo di Crohn al trattamento con cannabis terapeutica. La maggior parte di questi ha riscontrato un effetto benefico nel controllo dei sintomi. Dati incoraggianti sono stati riscontrati anche nei pazienti con colite ulcerosa.

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4126607

Alcuni ricercatori nel 2014 portando avanti uno studio prospettico controllato con placebo hanno dimostrato quello che in gran parte era stato anticipato da rapporti aneddotici e dalla storia di una piante che anche in antichità veniva utilizzata per la cura dei disturbi intestinali, vale a dire che la cannabis produce significativi benefici nei pazienti con malattia di Crohn. I meccanismi del perchè di questo effetto è ancora poco chiaro, ma probabilmente l'effetto è dovuto ad una attivazione periferica e centrale dei recettori CB1 e CB2. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4076530/figure/F1

Nel 2002, i ricercatori hanno osservato che il THC “modula la risposta immunitaria dei linfociti T” e questo potrebbe spiegare l'efficacia antiinfiammatoria di questo composto. Il potenziale terapeutico è interessante anche per altre patologie come sclerosi multipla e artrite. http://www.cannabis-med.org/english/bulletin/ww_en_db_cannabis_artikel.php?id=133&search_pattern=crohn#10

Nel 2004 ricercatori tedeschi hanno osservato che il sistema cannabinoide svolge un ruolo fondamentale nel controllo del processo infiammatorio dell'intestino crasso (Colon).

http://www.cannabis-med.org/english/bulletin/ww_en_db_cannabis_artikel.php?id=172&search_pattern=crohn#10

Nel 2013 si è scoperto che un altro importante cannabinoide il Cannabidiolo (CBD) che sembra essere coinvolto nel processo di spegnimento dell'infiammazione. Il CBD riduce, nel caso della patologia del morbo di Crohn, il danno alla mucosa intestinale causata dall'interleuchina pro-infiammatoria 17A. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24238999

Nel 2014, si è notato che nei topi il potenziamento del sistema endocannabinoide porta alla scomparsa totale della colite ulcerosa

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24530133

Un questionario del 2011 che ha coinvolto 291 pazienti israeliani ha dimostrato che l'utilizzo di cannabis fosse più comune di quanto si pensasse, infatti il 33% dei pazienti con colite ulcerosa e il 50% dei pazienti con morbo di Crohn utilizzava cannabis per alleviare i sintomi dei dolori addominali, della diarrea e della riduzione di appetito.

Sempre in Israele, uno studio del 2011 ha evidenziato che dei 30 pazienti coinvolti che utilizzavano cannabis , 21 riportavano un significativo miglioramento dello stile di vita. La media dell'indice Harvey Bradshaw migliorava da 14 a 7. La necessità di utilizzare anche altri farmaci risultava significativamente ridotta.

Dopo 3 anni di trattamento con cannabis terapeutica, solo 4 pazienti hanno continuato l'uso dei corticosteroidi e solo in 2 sono ricorsi all'intervento chirurgico. Gli autori dello studio hanno quindi espresso un forte parere positivo vista la riduzione delle sintomatiche della malattia e dell'associazione di farmaci di sintesi o interventi chirurgici.

Nel 2013 dei ricercatori hanno dimesso con remissione completa della malattia di Crohn 5 soggetti su 11 in trattamento con cannabis terapeutica. Lo studio prospettico ha coinvolto 21 individui controllati con placebo. Lo studio ha dimostrato anche che un trattamento di 8 settimane con una varietà di cannabis ricca di THC produce effetti migliori dei corticosteroidi in 10 pazienti su 11.

I pazienti assumevano la cannabis non solo tramite inalazione, ma anche in forma di supposte o prodotti commestibili.

Proprio inerente all'inalazione uno studio pubblicato nel 2013 riporta che l'assunzione tramite vaporizzatore non riporta significativi effetti collaterlai e che se il paziente tollera questa sensazione psicoattiva causata dal THC si riesce a stimolare maggiormente l'appetito e la qualità del sonno migliora.

Lo studio riporta anche che la cannabis è meno tossica degli oppiodi e non ha ripercussioni sul fegato come invece hanno molti farmaci di sintesi come i comunissimi FANS.

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23648372

 

 

 

immagine Harvard University sostiene che la Cannabis Terapeutica aumenta le facoltà cognitive

Harvard University sostiene che la Cannabis Terapeutica aumenta le facoltà cognitive

Uno studio recentemente pubblicato su “Frontiers in Pharmacology” che ha coinvolto medici e ricercatori del McLean Hospital, della Harvard Medical School e della Tufts University, sostiene che vaporizzare Cannabis terapeutica migliori le performance cognitive.

Con il termine performance cognitive si intende la capacità, tramite i processi mentali del nostro cervello, di utilizzare le conoscenze acquisite. In altre parole di svolgere quelle attività che richiedono il pensiero logico.

Gli scienziati del comportamento hanno sviluppato questo studio pilota per valutare l’impatto della Cannabis terapeutica in 24 pazienti dopo 3 mesi di somministrazione. I pazienti sono stati ripetutamente osservati e la loro capacità cognitiva è stata valutata tramite test di intelligenza che includevano il “Stroop Color Word Test” e il “Trail Making Test”.

Il direttore dello studio, Staci Gruber, il più importante psichiatra affiliato alla Harvard Medical School definisce i risultati come doppiamente positivi. Per prima cosa, riporta Gruber, il trattamento ha rivelato come i pazienti fossero più rapidi e accurati nel risolvere una serie di complicati rompicapo. Come si vede nel rapporto:

“ Dopo tre mesi di trattamento con Cannabis terapeutica i pazienti hanno migliorato le loro capacità cognitive migliorando la velocità e l’accurateza dei compiti che dovevano risolvere. In particolare i migliori risultati si sono evidenziati in quei rompicapo che coinvolgevano la corteccia frontale” spiega Gruber.”

Inoltre i partecipanti hanno riportato come alcune loro condizioni cliniche fossero migliorate. Il sonno e la loro condizione psico-fisica generale era migliorata e l'uso di farmaci, tra i quali gli oppiaci era drasticamente ridotto.

“Abbiamo visto la riduzione del 42% nel consumo di oppiacei”, riferisce Gruber. “Questo è importante, perché il consumo generale di questo tipo di farmaci qui in Massachusetts e in altre aree del paese sta dilagano e sta diventando una vera e propria epidemia. Questo risultato preliminare merita una indagine certamente più ampia e accurata, dobbiamo capire meglio in che modo possiamo sfruttare questa pianta e come ridurre la dipendenza dai farmaci oppiacei.”

D’altronde la letteratura scientifica disponibile sta dimostrando le grandi potenzialità di un uso controllato e medico della Cannabis in molteplici patologie. Intelligentemente Gruber provoca la platea riferendo “Le persone si stanno informando e stanno ricercando la Cannabis”, conclude “Sta a noi ricercatori e operatori sanitari, capire quali siano le metodiche migliori per utilizzarla”. 

immagine MIGHTY MEDIC, IL DISPOSITIVO MEDICO PORTATILE PER LA VAPORIZZAZIONE

MIGHTY MEDIC, IL DISPOSITIVO MEDICO PORTATILE PER LA VAPORIZZAZIONE

E' disponibile il nuovo vaporizzatore MIGHTY MEDIC.

La struttura compatta permette agilmente il trasporto, rendendo più facile e funzionale la terapia con cannabinoidi. L'assunzione del farmaco tramite vaporizzazione permette una assimilazione migliore in quanto l'inalazione tramite gli alveoli polmonari agevola l'assorbimento e quindi la possibilità di raggiungere più velocemente la circolazione sistemica.

Il MIGHTY MEDIC, grazie ai tasti + e – e al display LED molto visibile permette una facile lettura ed un semplice utilizzo.

Si può impostare la temperatura di vaporizzazione manualmente e non appena la temperatura effettiva coincide con quella impostata, l'apparecchio è pronto per l'utilizzo.

Quando il vaporizzatore raggiunge la temperatura desiderata emette una doppia vibrazione.

La doppia batteria agli ioni di litio ha una durata molto lunga di utilizzo e l'alimentatore in dotazione ne permette l'utilizzo anche se la batteria è scarica.

 

La vaporizzazione consiste in una corrente di vapore a temperatura controllata che permette di attivare ed estrarre gran parte dei cannabinoidi . Questo apparecchio garantisce la generazione di vapore già dalla prima inalazione.

 

Il MIGHTY MEDIC ha in dotazione le capsule dosatrici che possono essere pre-riempite, conservate nel caricatore e successivamente inserite nella camera di riempimento prima della messa in funzione dell'apparecchio. Questo garantisce al paziente di avere pronte le dosi giornaliere di farmaco da trasportare.

In dotazione è anche presente il kit di ausilio al riempimento che facilita l'operazione di carico del vaporizzatore. Il mighty medic è anche dotato dell'unità di raffreddamento che assicura la diminuzione della temperatura del vapore, garantendo un sapore ottimale e un aroma pieno.

Per ulteriori informazioni, contattaci.

immagine Cannabis e cancro

Cannabis e cancro

Questo argomento molto delicato trova ampio spazio su internet e se non si filtrano le giuste informazioni si può trovare tutto e il contrario di tutto. Per questo cito questo studio pubblicato nel mese di Giugno 2015, redatto da due scienziati che hanno dedicato la loro vita di ricercatori nell'approfondire le potenzialità della Cannabis nella lotta al cancro.

Come si legge, le prospettive sono incoraggianti, ma molta strada deve essere ancora percorsa, perché gli studi fatti fino ad oggi sono su cellule tumorali coltivate in vitro o su animali.

 

Clinical Pharmacology & TherapeuticsVolume 97, Issue 6,

Cannabis in Cancer Care

DI Abrams1 and M Guzman2

1Hematology-Oncology, San Francisco General Hospital, Department of Medicine, University of California San Francisco, San Francisco, California, USA;

2Biochemistry and Molecular Biology, School of Biology, Complutense University, and Centro de Investigacion Biomedica en Red sobre Enfermedades Neurodegenerativas (CIBERNED), Madrid, Spain.

 

CANNABINOIDS AS ANTICANCER AGENTS

….Cannabinoids may exert their antitumor effects by a number of different mechanisms, including direct induction of transformed cell death, direct inhibition of transformed-cell growth, and inhibition of tumor angiogenesis and metastasis….Despite these impressive in vitro and animal model findings regarding the potential antitumor effects of cannabinoids, there is still no solid basis for ongoing claims by proponents of highly concentrated cannabis extracts or oils that these preparations can “cure cancer.”…… Although the in vitro and animal evidence is intriguing, there have not yet been any robust human studies

investigating cannabis as an anticancer agent that would warrant advising patients to forego conventional therapy in favor of using a high-potency cannabis extract. Patients who choose to delay conventional therapies in the hopes of benefiting from a trial of cannabis oil against their cancer risk the possibility of having a potentially treatable cancer become incurable. As the preclinical evidence suggests that cannabinoids might enhance the antitumor activity of conventional chemotherapeutic agents as well as ameliorate

associated side effects, the addition of cannabinoid-based preparations to standard cancer therapy should not be discouraged by the treating oncologist.